Tradurre a norma di legge: le etichette alimentari – II parte

In questo articolo continuiamo ad approfondire alcuni aspetti legati alla traduzione delle etichette alimentari. Scopriamo insieme altri termini di uso comune che presentano ambiguità e su cui vale la pena riflettere. Se non avete ancora letto la prima parte dell’articolo, potete leggerla facendo clic su Tradurre a norma di legge: le etichette alimentari – I parte.

Le sfide: altri esempi dal tedesco

Come abbiamo già visto nella prima parte dell’articolo, vi sono termini apparentemente semplici che durante la traduzione possono creare confusione. Vediamone altri.

La cotoletta: Kotelett o Schnitzel?

Amata da tutti, la cotoletta è probabilmente il piatto più apprezzato dai bambini, ancor di più se accompagnata con patatine fritte. Ma cosa si intende esattamente con il termine italiano ‘cotoletta’? Vi è più di una risposta. La Treccani ci dice che il termine deriva dal francese ed è un sinonimo di ‘costoletta’. Anche il dizionario De Mauro fa riferimento all’origine francese del termine, ma definisce la cotoletta come una “fetta di carne, con o senza osso”. Entrambi i dizionari rimandano alla famosa “cotoletta alla milanese”. La prima ambiguità risiede dunque nella definizione di questa ricetta. Secondo la tradizione, si tratta di una costoletta di vitello, alta e con osso, impanata e fritta. Tuttavia, nel tempo si è diffusa anche una variante più sottile, senza osso.
Vediamo come rendere il termine in tedesco. La variante tradizionale della cotoletta alla milanese può essere resa senza problemi con il termine Kotelett, anch’esso calco del termine francese côte, côtelette (‘costola’, ‘costoletta’): è frequente ed esatta in questo senso la dicitura Mailänder Kotelett. Spesso, però, non ci si riferisce alla ricetta tradizionale, ma alla versione più recente. Pensiamo ad esempio a un ristorante sulla Riviera Romagnola o in Puglia che vuole mettere a disposizione dei clienti tedeschi, austriaci e svizzeri anche un menu in lingua tedesca. Supponiamo che il suddetto ristorante proponga nel proprio menu la cotoletta (alla milanese), pensata soprattutto per i clienti più piccoli. Molto probabilmente il ristorante proporrà la versione più moderna e non utilizzerà la carne di vitello, ma quella di maiale. In questo caso sarà più corretto tradurre il termine cotoletta con Wiener Schnitzel (‘cotoletta alla viennese’).
Il termine Schnitzel da solo non basta? Purtroppo no! Il termine Schnitzel può indicare infatti anche la scaloppina, che è un filetto di carne sottile, di manzo o pollo, non impanato e saltato in padella.

Fig. 1: Cotoletta alla milanese secondo la ricetta tradizionale, con osso, traducibile con 'Mailänder Kotelett'

Fig. 2: Cotoletta alla viennese, senza osso, di vitello o maiale, traducibile con 'Wiener Schnitzel'

Pollo e pollame

Passiamo ora a esaminare il concetto di pollo sia in italiano che in tedesco. Il termine “pollo” deriva dal latino pŭllus (‘animale giovane’) e indica in modo generico i gallinacei domestici, allevati per la produzione di carne. Con questo termine ci riferiamo dunque a galli, galline, pollanche, capponi, ecc., a seconda dell’età, del sesso e del peso. Allo stesso modo, in tedesco abbiamo vari sostantivi che traducono il termine generico ‘pollo’: Huhn, Hühnchen, Hähnchen. Vi sono inoltre i termini Poularde e Kapaun: il primo corrisponde a ‘pollanca’ (pollo femmina designato all’ingrasso) e il secondo a ‘cappone’ (come la pollanca, ma maschio).
La carne di pollo viene spesso confusa con la carne di pollame. Non è raro leggere articoli in cui queste due definizioni vengono utilizzate come sinonimi. Qual è la differenza? Il termine pollame (Geflügel) fa riferimento a tutti quei volatili domestici utilizzati per l’allevamento. Dunque, mentre la carne di pollo è ottenuta dal pollo (in tutte le sue varianti), la carne di pollame può derivare non solo dalla carne di pollo, ma anche da quella di tacchino, d’anatra e d’oca. In tedesco tradurremo ‘carne di pollo’ con Hühnerfleisch e ‘carne di pollame’ con Geflügelfleisch. Esempio: pensate alla traduzione di un prodotto alimentare che contiene Geflügelfleisch; se traducessimo con ‘carne di pollo’, potremmo incorrere in un grave errore, perché il suddetto piatto potrebbe contenere, ad esempio, carne d’oca. Vale qui la pena ricordare che il Regolamento (UE) N. 1169/2011 intende mettere il consumatore finale in condizione di scegliere gli alimenti anche nel rispetto di considerazioni etiche (capo II, art. 3, comma 1), per cui non possiamo menzionare solo un tipo di carne laddove è possibile che ne sia stato utilizzato più di uno.

Konzentrat/Mark

Come premesso nella prima parte dell’articolo, queste riflessioni sono scaturite da un compito concreto svolto qualche settimana fa. Durante questa traduzione mi sono imbattuto in due parole tedesche molto simili nel loro significato, ovvero Konzentrat e Mark. Entrambi i termini sono traducibili in italiano con ‘concentrato’ e sono associati con la parola Tomaten (‘pomodoro’). Come si distingue il Tomatenkonzentrat dal Tomatenmark? Possiamo dire che la differenza risiede nel livello di concentrazione e il livello di concentrazione dalla quantità di pomodori utilizzati per ottenere un 1 kg di concentrato. Il termine Tomatenmark sui prodotti è infatti quasi sempre seguito dall’espressione “doppelt/dreifach konzentriert” (‘doppio/triplo concentrato’). Tradurremo quindi anche Mark con ‘concentrato’, ma specificheremo di volta in volta il grado di concentrazione. Sul sito dell’azienda Mutti è disponibile una presentazione di come vengono prodotti il doppio e il triplo concentrato di pomodoro: per 1 kg di doppio concentrato vengono utilizzati 5.5 kg di pomodori (v. qui), per 1 kg di triplo concentrato sono necessari 7 kg di pomodori (v. qui).

Fig. 3: Esempio di traduzione del termine 'Tomatenmark' su un prodotto dell'azienda Mutti.

Conclusioni

Naturalmente vi sono ancora numerosi casi simili a quelli presentati e su cui varrebbe la pena soffermarsi a riflettere al fine di fornire una traduzione accurata e conforme degli ingredienti e dei prodotti alimentari. Non mancheranno quindi altri contributi sul tema.

Avete domande o suggerimenti? Lasciate un commento!

Questo articolo ha 4 commenti.

  1. Il Wiener Schnitzel secondo la tradizione è sempre di vitello. Se fatta di altra carne si traduce Schweineschnitzel nach Wiener Art, ecc. per la Germania ma “Schweinsschnitzel”…… in Austria. Ma cosa fare con tutti i tedeschi che da noi a Vienna mangiano Schnitzel 😊????

    1. Grazie per la precisazione, Gabriella! Nella stesura dell’articolo mi sono confrontato con un amico attivo nel mondo della ristorazione in Trentino e, secondo la sua esperienza, spesso la cotoletta che sul menu è tradotta con Wiener Schnitzel è fatta con carne di maiale (perché più economica). Sarebbe sempre bene specificare, soprattutto nel caso di ricette così diffuse e… amate! 😊

  2. Si, lo so che usano per lo più il maiale per il Wiener Schnitzel, anche da noi, comunque non è proprio corretta la dicitura, e se per essere proprio precisi, non sarebbe nemmeno corretto mettere “Wiener Schnitzel aus Schweinefleisch”. Commento a parte – il vero Wiener Schnitzel va “fritto” nella padella con lo strutto alto due dita, e la cotoletta non va girato, ma la padella viene mossa in modo tale da fare colare lo strutto caldo sopra la superficie, e non immerso nella friggitrice! Deve fare le bolle e la “Panier” si deve alzare. Adesso finisco se no diventa un Blog di cucina 🙂 Buona giornata!

    1. Molto interessante! Stesso discorso vale per la cotoletta alla milanese. Quanti ristoranti utilizzano solo carne di vitello, battono la carne e la cuociono nel burro? Sicuramente solo una minoranza, eppure l’espressione “cotoletta alla milanese” è sulla maggior parte dei menu italiani. Mi sta venendo fame. Buona giornata anche a te! 😊

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